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	<title>Ventunluglio &#187; Senza categoria</title>
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		<title>Coronado Library</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2007 05:27:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Incredibile ma vero, eppure anche Coronado ha una biblioteca pubblica&#8230; E` quello che meno ti aspetteresti di trovare in un<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2007/08/22/coronado-library/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Incredibile ma vero, eppure anche Coronado ha una biblioteca pubblica&#8230; E` quello che meno ti aspetteresti di trovare in un posto in cui tutto sa di California: dalle spiagge chilometriche e immense, alle persone tutte muscoli e abbronzatura. E invece no, quest`America in un modo o nell`altro ti sorprende sempre&#8230;</p>
<p><span id="more-58"></span>
<p align="left">Come avrete capito siamo in piena California, per essere piu` precisi subito fuori San Diego, su un isolotto da sogno, con un oceano invidiabile&#8230;</p>
<p align="left">Per un giorno abbiamo deciso di trattarci bene: albergo di lusso, non tanto perche` ci siamo fatti contagiare dall`atmosfera californiana, quanto piuttosto perche`oggi e` il nostro primo mesiversario: esattamete un mese fa, il 21 luglio, e` accaduto quel che doveva accadere in quel di Cadecoppi, insieme a tutti voi&#8230; quindi bisogna festeggiare!!!</p>
<p align="left">Che dirvi altro&#8230; ci sarebbe tanto, ma talmente tanto da raccontare che ci vorrebbero serate intere&#8230; Abbiamo visto tante americhe: dall`ultima volta in cui ci siamo lasciati, in Oklaoma, abbiamo&nbsp;visitato e in parte cercato di attraversare (se una tempesta non ci avesse colto di sorpresa probabilmente avremmo finito l`opera) il Gran Canyon&#8230; Inutile dire che e` una meraviglia indescrivibile, potete provare a cogliere qualcosa dalle foto che abbiamo scattato non appena riusciremo a caricarle sul sito. </p>
<p align="left">Prima ancora di raggiungere il Gran Canyon abbiamo visitato un piccolissimo pueblo indiano rimasto quasi intatto, arroccato su una roccia in mezzo al deserto piu` deserto: Acoma,&nbsp;nel New Mexico, che per quel poco che siamo riusciti a cogliere attraversandolo dev`essere uno di quegli stati a cui dedicare un viaggio intero&#8230; Certo noi non abbiamo potuto fare molto, ma almeno abbiamo cercato di scovarne e scoprirne un piccolo angolo. Ed e` proprio li` che Riccardo (non si sa come, non si sa quando) ha perso gli occhiali&#8230;</p>
<p align="left">Da li` abbiamo trascorso gli ultimi quttro-cinque giorni all`insegna dell`avventura, soprattutto di notte, al volante. A Ric mancano&nbsp;2 gradi, a me 0,75 (e i miei occhiali li ho intelligentemente dimenticati a casa)&#8230; In qualche modo pero`&nbsp;ce l`abbiamo fatta: i cartelli li vedevamo all`ultimo secondo, ma alla fine dei conti non abbiamo nemmeno quasi mai sbagliato strada e siamo sempre giunti a destinazione&#8230;</p>
<p align="left">In ogni caso, disavventure a parte, il viaggio e` continuato in direzione sud. Prima tappa Sedona, altra cittadina arroccata in mezzo al deserto con un paesaggio mozzafiato, poi Jerome, un piccolo paesino di artisti, presunti o aspiranti tali che mai e poi mai sopporterebbero la vita frenetica delle metropoli americane e cosi` hanno pensato bene di ritirarsi tra le montagne e vivere con i soldi dei tanti turisti che passano a trovarli. L`atmosfera pero` era decisamente singolare&#8230; </p>
<p align="left">E poi ancora abbiamo tirato dritto piu` a sud, fino a Prescott, piccola cittadina stile cowboy, in parte rimasta intatta&#8230; a tratti sembrava di essere nei film di Clint Eastwood&#8230;</p>
<p align="left">Ora invece eccoci qua, in California. Dopo tanta polvere e tanto deserto abbiamo deciso di goderci un po` di spiaggia e soprattutto di oceano&#8230; Domani si riparte, questa volta per la Baja California, Mejico, uragano Dean permettendo&#8230; </p>
<p align="left">No scherzo, l`uragano si sta muovendo in tutt`altra direzione, non dovrebbe affatto venire a disturbare le nostre rotte&#8230;</p>
<p align="left">Nel frattempo pero` una novita` c`e`: nel bel mezzo del deserto, fuori da un motel improvvisato per i tanti turisti per caso, in piena notte, mentre stavamo svuotando la macchina per mettere gli zaini in camera, Ric ha ritrovato i suoi occhiali&#8230; sapete dov`erano? Nel bagagliaio della macchina, ben ripiegati e messi da parte&#8230; Quindi ora le nostre nottate al volante sono molto piu` sicure&#8230;.</p>
<p align="left">Cercheremo, se riusciamo, di aggiornarvi anche dal Messico. La cosa che piu` mi auguro, per il momento, e` che i tanti racconti intimidatori in cui ci descrivevano anche la Baja California come uno dei posti piu` pericolosi (con aneddotti che non sto a ripetervi su poliziotti e controlli vari) non siano affatto veri&#8230; Ma sapremo dirvi&#8230; </p>
<p align="left">Ora purtroppo, mentre io scrivevo il pezzo, Ric non e` riuscito a caricare le ultime&nbsp;foto sul sito: e` impossibile farlo dal computer della biclioteca&#8230; ma lo faremo al piu` presto da quelche altra parte, al massimo, al ritorno in Italia.</p>
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		<title>Blured Gran Canyon</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Aug 2007 05:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Per fortuna che la macchina fotografica mette a fuoco automaticamente. Per fortuna che le distanze qui sono quasi infinite e<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2007/08/18/blured-gran-canyon/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Per fortuna che la macchina fotografica mette a fuoco automaticamente. Per fortuna che le distanze qui sono quasi infinite e che il gran Canyon di giorno e&#39; uno spettacolo unico che quasi quasi anche un cieco puo&#39; apprezzare, per fortuna Chiara guida bene e di notte, da Flagstaff al Canyon village ha tenuto aperti gli occhi per segnalarmi i cartelli. Per fortuna che di solito viaggiamo di giorno. Comunque sia: ho perso gli occhiali. Ecco. Blured Gran Canyon is what I get. Devo averli persi da qualche parte nel deserto del New Mexico&#8230; alla prossima.</p>
<p><span id="more-49"></span></p>
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		<title>Foto scattate da Betty</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jul 2007 20:22:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Dobbiamo ammettere che le foto di Betty sono davvero belle . Merito della fotografa che, con questo set si candida<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2007/07/28/foto-scattate-da-betty/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left">Dobbiamo ammettere che <a href="http://www.flickr.com/photos/10272892@N07/sets/72157601060569846/" target="_blank">le foto di Betty sono davvero belle</a> . Merito della fotografa che, con questo set si candida al concorsone &quot;Le foto pi&ugrave; belle del Ventunluglio&quot;, ma anche dei soggetti e della loro simpatia! </div>
<p><span id="more-39"></span></p>
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		<title>Come arrivare</title>
		<link>http://www.ventunluglio.it/2007/06/28/come-arrivare/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Jun 2007 15:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Cadecoppi e&#39; un piccola frazione di un piccolo comune di una piccola citta&#39; nel bel mezzo della cosiddetta &#34;bassa modenese&#34;.<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2007/06/28/come-arrivare/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left">
<p class="style1">Cadecoppi e&#39; un piccola frazione di un piccolo comune di una piccola citta&#39; nel bel mezzo della cosiddetta &quot;bassa modenese&quot;. Ma bando alle descrizioni, veniamo alle indicazioni su come arrivarci&#8230;</p>
<p></div>
<p><span id="more-28"></span>
<p class="style1" align="left"><strong>Per chi arriva in auto da fuori Modena</strong></p>
<p>       <strong>Uscita autostrada</strong>: Modena Nord. A questo punto bisogna andare a prendere la tangenziale che ti porti alla Via Nonantolana. Ci sono una serie di curve e rotonde, piu&#39; o meno obbligatorie. Ma crediamo che piu&#39; di tante indicazioni possa essere utile un&#39;immagine. Questa a fianco. Non e&#39; per nulla <img class="rightbox" src="http://www.ventunluglio.it/img/indicazioni_auto1.gif" alt="Indicazioni stradali all&#39;uscita dell&#39;Autostrada" width="377" height="285" align="left" />difficile. Per chi volesse indicazioni piu&#39; precise puo&#39; anche consultare <a href="http://maps.google.it/maps?f=d&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;saddr=Reggio+Emilia&amp;daddr=Cadecoppi,+Camposanto+MO&amp;sll=44.655451,10.865393&amp;sspn=0.008014,0.020492&amp;ie=UTF8&amp;om=1&amp;ll=44.652291,10.931053&amp;spn=0.128223,0.327873&amp;z=12" target="_blank">questa cartina</a>, dove abbiamo simulato un arrivo in macchina da Reggio Emilio fino a Cadecoppi (ma se arrivi da un altro posto ti bastera&#39; inserire il posto da cui arrivi nel box in alto a sinistra &quot;Indirizzo di partenza&quot;).</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Una volta infilata la tangenziale il gioco e&#39; praticamente fatto. Prosegui e prendi l&#39;uscita 6 verso SS255/Ferrara. A questo punto svolta a sinistra per Via Nonantolana/SP255 (E&#39; possibile che ci sia un cantiere e che quindi la svolta a sinistra sia impedita, no panic: basta svoltare a destra e appena possibile tornare indietro attraversando cosi&#39; il ponte sulla tangenziale).</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Imboccata la strada e superato il ponte vai sempre dritto, troverai dopo una rotonda e pochissimo prima della TAV (il ponte dell&#39;Alta velocita&#39;), una svolta a destra per Finale Emilia (tenete fissa questa destinazione) e altre amene cittadine della bassa. Non ti distrarre: svolta.</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Poco piu&#39; avanti dopo alcune curve e soprattutto un&#39;altra rotonda (nuova di pacca, che quelle svizzere a noi ci fanno un baffo), gira a sinistra, cioe&#39; non passare sotto il ponte, per strada Villavara, abbandonando Via Nonantolana. </p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Una volta fatto tutto cio&#39;: dai gas, e&#39; sempre dritta fino a Cadecoppi. Incontrerai Villavara, quando sarai all&#39;incontro in cui a destra c&#39;e&#39; Bomporto e a sinistra Sorbara (si&#39;, quella del lambrusco) andrai sempre dritto, poi Gorghetto, San Michele, Solara e quindi Camposanto. Attraversa Camposanto e qualche chilometro piu&#39; in la&#39; incontrerai il cartello di Cadecoppi, ovvero: quattro case, una chiesa, una casa accoglienza e un cimitero. Perdersi a Cadecoppi non e&#39; cosa concessa agli umani. </p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Tempo di percorrenza dall&#39;autostrada a Cadecoppi: 40/50 minuti circa.</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Ti aspettiamo!</p>
<p class="style1" align="left"><strong>Per chi arriva con il navigatore</strong></p>
<p class="style1" align="left">A cavallo della tecnologia la vita sembra pi&ugrave; facile, e in questo caso potrebbe non solo sembrare, ma esserlo. Al navigatore basta dire Via Panaria, 262 (che e&#39; l&#39;indirizzo di casa, la chiesa &egrave; a 100 metri, unico campanile nel raggio di e 6 kilometri), oppure digitare Cadecoppi, frazione di Camposanto. Bip. &nbsp;</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style2" align="left"><strong>Per chi arriva in aereo</strong></p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Non ci sono piste di atterraggio a Cadecoppi, meglio la macchina. Oppure il paracadute.</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style2" align="left"><strong>Per chi arriva in in battello</strong></p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Dal 1976, purtroppo, il Panaro (ovvero il fiume che si costeggia venendo in macchina da Modena a Cadecoppi) non e&#39; piu&#39; percorribile con barche di qualsiasi dimensione. E&#39; davvero un peccato, lo so, ma che ci dobbiamo fare, e&#39; il progresso.</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style2" align="left"><strong>Per chi arriva in treno</strong></p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Possibile, ma poi mancano altri 40/50 minuti di viaggio. Sconsigliamo il taxi, piuttosto facciamo che ci organizziamo e ci sentiamo al telefono prima, per capire come venirvi a prendere in stazione dei treni.</p>
<div align="left">         </div>
<p class="style2" align="left"><strong>Per chi arriva a piedi</strong></p>
<div align="left">         </div>
<p class="style1" align="left">Stesso discorso della macchina, salvo i tempi di percorrenza. Forse in un&#39;ora siete a meta&#39; strada.</p>
<div align="left"> </div>
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		<title>Benvenut*</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 14:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Benvenuto o benvenuta. Qui puoi trovare la documentazione prodotta e sviluppata per progettare una piattaforma aperta e personalizzata per la<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/benvenut/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Benvenuto o benvenuta. Qui puoi trovare la documentazione prodotta e sviluppata per progettare una piattaforma aperta e personalizzata per la gestione di bibliografie online.</p>
<p>A fianco puoi trovare i diversi capitoli, e quindi navigare e consulatare le varie sezioni. Una prima parte è dedicata allo studio e presentazione delle linee guida principali, che hanno inspirato il progetto. Dal capitolo 4, viceversa, puoi seguire passo dopo passo lo sviluppo teorico del progetto.</p>
<p>Questa documentazione ha due obiettivi principali:</p>
<p>1) condividere i presupposti teorici e pratici del progetto;<br />
<br />
2) permettere una discussione e un controllo costante sulla stessa documentazione, per mezzo dei commenti eventuali che vorrai fornire.</p>
<p>In questo senso potrai segnalare <i>dead link</i>, migliorie, <i>theorical bugs</i>, refusi (ve ne sono, ahimé, parecchi) al fine di poter sviluppare, qualora si formasse una piccola comunità intorno a questo progetto, il progetto stesso.</p>
<p>Ogni capitolo è suddiviso in sottocapitoli. Questo per rendere la ricerca di argomenti specifici più agile (spero) e permetterti di commentare in modo più mirato possibile.</p>
<p>Cos&#8217;altro aggiungere? Che sei il bennvenut* per ogni suggerimento; che puoi scaricare l&#8217;intera documentazione in pdf cliccando sul link seguente <a href="http://www.biblionline.org/tesi/h_7Y0DSz.pdf">http://www.biblionline.org/tesi/h_7Y0DSz.pdf</a>; e che ti ringrazio in anticipo per ogni tuo interessamento.</p>
<p>a presto<br />
<br />
<a href="mailto:riccardo@bagnato.it">Riccardo Bagnato</a></p>
<p>
PS: Forse ti sei domandato, o ti domandarai cosa rappresenta il logo di Biblionline? Bene: si tratta di Francis Bacon, e delle tre catagorie (memoria, immaginazione, ragione), in cui Bacon suddivise lo scibile umano. Suona un po&#8217; strano detto così, ma troverai, spero, utili riscontri nella prima parte della documentazione e nel capitolo &#8220;Basi teoriche&#8221; che trovi alla fine dei capitoli.<br /></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Una modesta proposta</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 13:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[«Ché il tempo degl&#8217;enciclopedisti è andato, di coloro cioè che scrivevano in-folio con ferrea assiduità, adesso è giunto il turno<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/una-modesta-proposta/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
«<i>Ché il tempo degl&#8217;enciclopedisti è andato, di coloro cioè che scrivevano in-folio con ferrea assiduità, adesso è giunto il turno degli enciclopedisti ad armamento leggero, i quali dispongono en passant dell&#8217;esistenza intera e di tutte le scienze</i>.» [1]<br />
<br />
(Søren Kierkegaard)</p>
<p>Fra le espressioni che sembrano in qualche modo assillare il nostro vivere comune, nonché le nostre letture quotidiane, c&#8217;è: <i>rivoluzione digitale</i>. Con essa alludiamo di norma, ma più per semplicità che per esattezza, all&#8217;avvento delle nuove tecnologie: di Internet e del Web in particolar modo.<br />
</p>
<p><span id="more-34"></span><br />
Sul significato di tale &#8220;rivoluzione&#8221; si possono apprezzare alcune osservazioni nei lavori più recenti di Armand Mattelart [2], fra i massimi studiosi dei media e docente di Scienze dell&#8217;informazione e della comunicazione preso l&#8217;Università di Parigi-VIII.<br />
<br />
Per Mattelart, la nozione di &#8220;rete&#8221; ha radici lontane, risalerebbe almeno al XVII secolo, alla scienza del calcolo integrale di Gottfreid Wilhelm Leibniz (1646-1716), e all&#8217;utopia della città universale di Francis Bacon (1561-1626). Sintesi, entrambe, di un&#8217;idea di totalità e autosufficienza fra scienza e utopia: da un lato la statistica, il telegrafo, i mezzi e le vie di comunicazione; dall&#8217;altro il mito di una lingua universale e di un sapere enciclopedico; al centro, il progetto di riduzione dell&#8217;innumerevole a numerabile.<br />
<br />
Non è un caso quindi se proprio Leibniz, secondo Norbert Wiener, fu il candidato numero uno a diventare &#8220;santo patrono&#8221; della cibernetica [3] ; e non sarà una sorpresa se si ricorda proprio qui, a introduzione di un breve saggio sullo sviluppo dello strumento bibliografico, come a Bacon dobbiamo le basi filosofiche della Classificazione Decimale Dewey [4] (<i>The advancement of learning</i>, 1608).</p>
<p>Bacon e Leibniz dunque: rivoluzionari o utopisti? Parrebbe una distinzione da poco, per giunta peregrina. Di mezzo, fra loro e noi, sono intercorsi tuttavia due secoli di storia, in cui il termine &#8220;rivoluzione&#8221; ha assunto vieppiù connotazioni di tipo politico o tutt&#8217;al più economico. Un cambiamento che via via ha inglobato, e così facendo ridotto e assoggettato a sé, il termine utopia; che ha istituito, così facendo, un&#8217;equazione semantica tipicamente novecentesca: utopia = rivoluzione.<br />
<br />
In altri termini abbiamo assistito ad un processo quasi di annullamento delle proprietà di un termine a favore dell&#8217;altro, di <i>utopia</i> a favore di <i>rivoluzione</i>. Per quanto in qualche modo pretestuale o addirittura pretestuoso, osservare l&#8217;evoluzione che questi termini hanno avuta ci potrebbe dunque permettere di fissare alcuni punti da cui sviluppare altre osservazioni propedeutiche al saggio che qui introduciamo.</p>
<p>Potremmo anzitutto ricordare come, proprio nei secoli XVI e XVII  (secoli per definizione delle utopie e dove parallelamente Mattelart situa la genesi digitale), sia Erwin Panofsky [5], che Eugenio Garin [6] o Francis A. Yates [7], così come Michel  Foucault individuano una prima cesura culturale che coinvolge il modo e le caratteristiche del processo rappresentazionale.<br />
<br />
Ciò che caratterizzò, infatti, il metodo cifratorio di baconiana memoria e l&#8217;aritmetica binaria di Leibniz; il mito della lingua franca di René Descartes (1596-1650); l&#8217;ipotesi di un linguaggio fatto di segni (mutuato dalla scrittura ideografica cinese) per Leibniz; che ispirò infine la scienza statistica di Blaise Pascal (1623-1662), farà dire a Foucault in Le parole e le cose, come la tassonomia ontologica che in tal modo si propose &#8220;conduce [] a parole e categorie senza focolare e luogo&#8221; [8] , in altri termini un sapere senza centro e senza confini, ovunque e da nessuna parte [9].  Ma Foucault si spingerà più avanti. Secondo il filosofo francese, infatti, agli albori della società di massa avverrà una nuova cesura, un nuovo paradigma rappresentazionale, di cui, crediamo, il binomio rivoluzione e utopia, possa rappresentare una sorta di cartina di tornasole. E così spiegarci parallelamente un significato nascosto, e pertanto fondamentale, di quella che oggi chiamiamo &#8220;rivoluzione digitale&#8221;.</p>
<p><b>La società funzionale</b></p>
<p>Per Mattelart, che in qualche modo trascura l&#8217;ulteriore metamorfosi individuata da Foucault, il cammino di razionalizzazione moderna prosegue senza discontinuità significative fino alla società funzionale: la società industriale prima e la &#8220;società di massa&#8221; dopo. In cui, per intenderci, &#8220;solo quanto è numerabile costituisce una certezza [e] ispira i modi di governare&#8221;, dove &#8220;l&#8217;«uomo medio», emanazione del calcolo delle probabilità, stabilisce la norma&#8221;, dove &#8220;l&#8217;alleanza tra industriali e «scienziati positivi» fonda un modo nuovo di gestione, orientato non più verso il «governo degli uomini» bensì verso «l&#8217;amministrazione delle cose»&#8221; [10] . E fornisce esempi, in questo senso, a dir poco significativi. E&#8217; del 1890, infatti, il primo utilizzo delle macchine a schede perforate da parte del governo americano, in occasione del censimento generale dello stesso anno. Inventate nel 1888 da Hermann Hollerith (1860-1929) tali macchine furono poi commercializzate nel 1896 della Hollerith Tabulatine Machines Corp., nucleo originario di International Business Machine, al secolo: IBM.</p>
<p>Da allora, dalla seconda metà dell&#8217;800 fino ai giorni nostri, &#8220;rivoluzione&#8221; si è dunque venuto configurando come termine appartenente al bagaglio lessicale di politici o teorici della politica e vieppiù come paradigma economico. Con l&#8217;effetto di ridurre il termine ad una prassi, i cui effetti avrebbero modificato gli assetti sociali e politici di quella che verrà chiamata &#8220;società di massa&#8221;, secondo una visione essenzialmente determinista fra strutture e sovrastrutture, o viceversa come confutazione di quest&#8217;ultima.<br />
<br />
E&#8217; quindi facile intuire come la disciplina che meglio ha saputo cogliere i vantaggi di tale visione, che ha saputo registrarne o ancorché determinarne l&#8217;evoluzione, sia stata l&#8217;economia. [11]</p>
<p>Che oggi, ad esempio, l&#8217;economia spieghi e dunque modifichi, che sia leva e matrice di ogni cambiamento, non è solo l&#8217;ossessione preferita della società moderna, ne è evidentemente la cifra ideologica.<br />
<br />
Georg Simmel (1852-1918), padre della sociologia moderna insieme a Emile Durkheim (1858-1917), Max Weber (1864-1920) e Vilfredo Pareto (1848-1923) [12] , da i cui studi si svilupperanno due correnti antitetiche fra loro, ma tornate alla luce proprio sul piano del dibattito odierno [13], scriveva nel 1903: &#8220;Lo spirito moderno è diventato sempre più calcolatore. All&#8217;idea delle scienze naturali, quello di trasformare il mondo intero in un calcolo, di fissarne ogni parte in formule matematiche, corrisponde l&#8217;esattezza calcolatrice della vita pratica che l&#8217;economia monetaria ha generato; solo quest&#8217;ultima ha riempito la giornata di tante persone con le attività del bilanciare, calcolare, definire numericamente, ridurre valori qualitativi a valori quantitativi.&#8221; [14]</p>
<p><b>La proprietà transitoria</b></p>
<p>Innumerevole e numerabile dunque. La profondità sentimentale, per usare un&#8217;espressione simmeliana, da un lato, e l&#8217;utopia intellettuale dall&#8217;altro. L&#8217;utopia di una lingua unica, di una sola piattaforma universale, di uno o più standard che permettano la gestione di un patrimonio culturale globale richiede tuttavia, per i motivi che abbiamo elencato in questo studio, ancora molto tempo, nonché la verifica materiale per mezzo di tentativi ed esperimenti.</p>
<p>Le lungaggini dovute ad alcune perplessità metodologiche, economiche e politiche, da parte di comunità diverse, tradizioni e culture differenti, sono ad esempio, e secondo noi, il primo e fondamentale ostacolo perché certi standard si possano affermare definitivamente. Ma non solo. Gli standard stessi sono soggetti a frequenti revisioni, perché possano risolvere, almeno in parte, l&#8217;incompatibilità attuale fra sistemi e linguaggi, o risolversi nell&#8217;adozione di una piattaforma permeabile e universale. Oltre al fatto che, e le contestazioni new global lo dimostrano, qualsiasi standard sottende suo malgrado comportamenti egemonici. La portabilità, dunque, o la scalabilità di un sistema per la gestione di un bene considerato come pubblico, quale è il sapere umano, è ancora percepita come potenziale turbativa di mercato, e non come un mercato su cui poter sviluppare ulteriori ricerche, sistemi e prodotti, oltre che relazioni e quindi capitali sociali.</p>
<p>Stiamo assistendo, tuttavia, ad un lentissimo processo di avvicinamento per tentativi, che procedono cautamente, dovendo attraversare il piano multidimensionale ed apparentemente atemporale della cosiddetta globalizzazione dei saperi. E di cui il progetto di archiviazione bibliografica che qui si presenta vorrebbe essere un piccolissimo esperimento dal basso, nato per e da ciò che esiste di già, senza preludere a ciò che viceversa potrebbe essere, in presenza di omogeneità culturale (standard), Pertanto esso non può non risultare transitorio e per questo incompleto.</p>
<p>Non c&#8217;è ragione infatti perché il sistema attuale di comportamenti e strumenti si trasformi in tempi brevi, e quindi si raggiunga una piattaforma universale a cui affidare il sapere umano, e che permetta una linearità di comportamenti tale da garantire l&#8217;accesso indiscriminato e libero a un tale patrimonio. E questo non solo per motivi economici (digital divide), ma anche perché, come anticipava agli albori della società di massa lo stesso Georg Simmel, parlando di dominio della tecnica, siamo ancora nel pieno della fase di hype, a cui è evidente, affidiamo un mandato palingenetico che non possiede. &#8220;L&#8217;importanza relativa che i progressi della tecnica moderna hanno raggiunto rispetto agli stadi precedenti,&#8221; scriveva Simmel &#8220;e presupponendo determinate mete, rende assoluta l&#8217;importanza di queste mete e quindi di quei progressi. Certo, al posto delle lampade ad olio abbiamo ora l&#8217;acitilene e la luce elettrica; ma l&#8217;euforia per i progressi dell&#8217;illuminazione fa dimenticare che l&#8217;essenziale non è l&#8217;illuminazione ma quello che essa ci permettere di vedere meglio&#8221;. [15]<br />
<br />
Così, purtroppo, malgrado la grande immaginazione di alcuni e la buona approssimazioni di altri, sono presenti ancora troppe variabili perché si possa tracciare inequivocabilmente una strada da percorrere, o descrivere cosa vogliamo ottenere (vedere), senza apparire sognatori sprovveduti o più semplicemente sprovveduti e basta.</p>
<p><b>La metafora digitale</b></p>
<p>Va aggiunto a tutto ciò come tale processo culturale non sia esente, e anzi sia alla base delle incertezze economiche e politiche di oggi giorno. Non è certo nostra intenzione coinvolgere arbitrariamente discorsi e ragionamenti che richiederebbe essi stessi elaborazione e precisazioni, ma non possiamo ignorare, nel frattempo, come il passaggio alla digitalizzazione dei sapere comporti, di per sé, una visione ben più ampia e trasversale di quella che si potrebbe auspicare per semplicità di ragionamento. Osservando ad esempio, come è stato già fatto, lo sviluppo delle nuove tecnologie (e di Internet in particolare), in rapporto all&#8217;evoluzione urbana o dei mezzi di trasporto o ancora dei mezzi di comunicazione in senso lato, come propone sempre Mattelart in <i>La comunicazione-mondo</i> [16], risulta chiaro qual è il modello di riferimento di cui Internet rappresenta un&#8217;evoluzione e non una rivoluzione [17].</p>
<p>Quello che noi chiamiamo rivoluzione digitale quindi, è bene sottolinearlo, è solamente una parte, quella più visibile e pertanto impalpabile (come lo è la finanza al cospetto dell&#8217;economia reale), del lentissimo processo di digitalizzazione culturale, la cui pervasività psicologica e sociale rimane tuttora un mistero, o meglio, un campo di ricerca archeologica così come l&#8217;ha intesa Michel Foucault [18], ma di cui è bene non sovrastimare gli effetti immediati, proiettandoli automaticamente e senza possibilità di replica o errore su un piano storico.<br />
<br />
Parafrasando Tocqueville ciò che di rivoluzionario le manca è la portata storica: l&#8217;azione liberatoria che rovescia le vecchie convinzioni, indebolisce le autorità e oscura le idee comuni [19].<br />
<br />
La rivoluzione digitale odierna, ad uno sguardo più attento, conforta il <i>dato</i>, ripercorrendo dinamiche per lo più già conosciute, ricostruendo un tessuto nuovo ma non per questo diverso; contesta il presente ma descrive il futuro riducendolo ad un&#8217;esperienza chiacchierona al limite della censura per eccesso verbale (<i>information overload</i>); non sbatte le porte, ma apre le finestre con un click del mouse.<br />
<br />
Ma soprattutto, e al di là dei facili giochi di parole, la rivoluzione digitale, così come siamo venuti concependola e come la percepiamo oggi giorno, ha in qualche modo annullato l&#8217;aspetto storico che era viceversa presente nelle prospettive utopiche, le quali, come attestano i lavori di Mattelart,  stanno alla base del processo di riduzione a numero dell&#8217;innumerabile, ovvero della digitalizzazione culturale cui abbiamo accennato.<br />
<br />
Tale processo ha compresso la nostra percezione temporale a poche manciate di mesi o anni. La rivoluzione è oggi, o tutt&#8217;al più domani. Ciò che cambia oggi, modifica l&#8217;oggi. Se quindi abbiamo parlato di digitalizzazione culturale è proprio perché intendiamo così definire quel processo culturale che solo può spiegare il vero significato di una metafora tanto incompleta e quasi ossimorica quale è quella di &#8220;rivoluzione digitale&#8221;. Un processo culturale per cui, dati i presupposti, fissato uno standard, elaborata una lingua perfetta, diventa possibile riavvicinare il futuro a noi, comprimendolo nel presente ed annullando di fatto ogni prospettiva alternativa a quella imposta per conseguenza logica dai presupposti.<br />
<br />
Il futuro, ciò che verrà, è già qui: alla base di ogni standard, di ogni assioma, di ogni perfezione o presunta tale, di ogni astrazione messa in pratica, vi è infatti la convinzione di poter prevedere, o ancora controllare, i processi evolutivi su un piano sociale, economico o più in generale storico.<br />
<br />
L&#8217;immediatezza, la velocità delle comunicazioni, l&#8217;ampliamento fisico degli spazi a livello planetario, la percezione che noi abbiamo delle distanze, hanno in questo senso semplificato la nostra esperienza, riducendo lo spazio e il tempo una volta necessari per penetrarla nel profondo, e consegnandoci a una metafora in cui costringiamo sullo stesso livello e nello stesso istante il valore letterario e quello metaforico. Senza che però essa possieda più un <i>élan</i> utopico [20] grazie al quale poter proiettare un tempo e uno spazio sul piano storico. Tali cambiamenti hanno fatto sì, come scriveva Simmel, che si riducesse la distanza psicologica, in altri termini si accrescesse la vicinanza psichica, fino a camuffarla per profondità reale o peggio ancora per libertà [21].</p>
<p>Ciò che risulta rivoluzionario, se così possiamo dire, in tutto questo, è aver accorciato i tempi di attesa necessari per riprodurre conoscenza. E questo grazie alla facilità tecnica con cui possiamo riprodurre (non tanto produrre) e diffondere conoscenza [22]. Ma l&#8217;utopia, viceversa, non consiste tanto nel sapere cosa è successo o cosa succederà, come è il presente o cosa sarà il futuro, ma nel capire e saper descrivere come vogliamo che sia il futuro. Non si concentra sulla sua riproducibilità  o diffusione, ma sulla sua elaborazione. E questo, a dire il vero, è proprio ciò che manca alla cosiddetta rivoluzione digitale, di cui assorbiamo e accettiamo ogni postulato di volta in volta santificandolo o rigettandolo sul piano economico, ma di cui trascuriamo volutamente ed ampiamente il processo di elaborazione.</p>
<p>Davanti a questa prospettiva, si può quindi tener conto di quanto sta accadendo, di come ad esempio l&#8217;industria culturale si sta trasformando e riconquistare, così facendo, per mezzo di una prospettiva contestuale (orizzontale diremo), lo spazio e il tempo necessari per sviluppare un&#8217;esperienza condivisa e condivisibile, oppure procedere parallelamente verso soluzioni autoctone, tentativi minori o meno esposti alla contaminazione con il reale, in attesa che uno standard politico, economico, o accademico si affermi al di là dei nostri contributi o in parte grazie a questi. Qualsiasi strada si scelga non è detto che una sia necessariamente in contrapposizione con l&#8217;altra, così come non è detto che una sia meglio dell&#8217;altra. Rimane sempre valido quanto scrive Umberto Eco &#8220;La storia delle lingue perfette è la storia di un&#8217;utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto cha la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare&#8221; [23].</p>
<p>In questo senso il presente studio, che vorrebbe contribuire nel suo piccolo alla diffusione della cultura bibliografica per mezzo di un progetto concreto, non potrà che essere una modesta proposta, evitando in questo modo di dirsi esplicitamente moderata, che pure avrebbe un senso apprezzabilissimo. Sulla scia di una tradizione plurisecolare, quella bibliografica, e una cosiddetta rivoluzione digitale che ha i suoi fondamenti nel cinque-seicento, la presente tesi cerca, e spera in parte di essere in grado, di gettare qualche luce sulle prospettive destinate al mondo della bibliografia, cogliendone tuttavia alcune ambiguità e difficoltà di fondo. Senza per questo poterle risolvere nel breve arco di una riflessione accademica, ma sperando che possano rappresentare, pertanto, un piccolo, utile, contributo.</p>
<hr noshade size="1" width="100%">
<br />
[1] KIERKEGAARD, Søren, <i>Due Epo</i>che, a cura di Dario Borso, Stampa Alternativa, Roma, 1994, p. 18;<br />
<br />
[2] MATTELART, Armand, <i>Storia della società dell&#8217;informazione</i>, Einaudi, Torino, 2002. E ancora dello stesso autore: La comunicazione mondo, Il Saggiatore, Milano, 1994;<br />
<br />
[3] WIENER, Norbert, <i>Cybernetics: or Control and Communication in the Animal and the Machine</i>, Hermann, Parigi, 1948, citato in MATTELLARD, Armand, <i>Storia della società dell&#8217;informazione</i>, Einaudi, Torino, 2002, p. 7;<br />
<br />
[4] CROCETTI, Luigi e FAGIOLINI, Albarosa, <i>Classificazione decimale Dewey, Edizione aggiornata a DDC 21</i>, Associazione Italiana Biblioteche, II ed., Editrice Bibliografica, Milano, 2001, pp. 9-11;<br />
<br />
[5] PANOFSCY Erwin, <i>Il significato delle arti visive</i>, Torino, Einaudi 1996;<br />
<br />
[6] GARIN, Eugenio, <i>Rinascite e rivoluzioni</i>. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Roma-Bari, Laterza, 1976; <i>La cultura del Rinascimento: profilo storico</i>, Bari, Laterza, 1967;<br />
<br />
[7] YATES Francis A., <i>L&#8217;arte della memoria</i>, Torino, Einaudi, 1972;<br />
<br />
[8] FOUCAULT, Michel, <i>Le parole e le co</i>se, Milano, Rizzoli 1967,<br />
<br />
[9] Per approfondire il tema della ricerca di una lingua universale, cfr. ECO, Umberto, <i>La ricerca della lingua perfetta. Nella cultura europea</i>, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996;<br />
<br />
[10] MATTELART, Armand, <i>Storia della società dell&#8217;informazione</i>, Einaudi, Torino, 2002, pp. 26-27;<br />
<br />
[11] Basti pensare all&#8217;accento più o meno giustificativo che si dà in questo senso dell&#8217;opera di Karl Marx (1818-1883), economista, prima di essere considerato filosofo o politico.<br />
<br />
[12] Si noti la sostanziale sovrapponibilità delle date fra i maggiori rappresentanti della sociologia moderna, quasi ad alludere fra il 1870 e il 1920 a una cesura col passato, come per altro sottolineato da Michel Foucault nel suo <i>Le parole e le cose</i> (Op. cit.);<br />
<br />
[13] Intendiamo da un lato a BENJAMIN, Walter (1892-1940), BLOCH, Ernst (1880-1958) o KRAKAUER, Siegfried (1889-1966) come esponenti di un certo marxismo irregolare, legati in qualche modo alla Scuola di Francoforte di HORKHEIMER, Max (1895-1973), e ADORNO, Theodor W. (1903-1969), a cui vanno aggiunti LUKÁCS, György  (1885- 1971), FROMM, Erich (1900 &#8211; 1980), questi ultimi studenti di Georg Simmel, e MARCUSE, Herbert (1898-1979). Mentre, dall&#8217;altro lato, facciamo riferimento alla famosa Scuola di Chicago di sociologia: MEAD, George Herbert (1863-1931) poi fondatore dell&#8217;interazionismo simbolico, e PARK, Robert Ezra (1964-1944), studente quest&#8217;ultimo di Simmel dal 1899 al 1900. Cfr. SIMMEL, Georg, Ventura e sventura della modernità. Antologia degli scritti sociologici, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, e in particolare l&#8217;introduzione di Enzo Rutigliano;<br />
<br />
[14] SIMMEL, Georg, <i>La metropoli e la vita dello spirito</i>, Armando Editore, Roma, 1995, p.40;<br />
<br />
[15] SIMMEL, Georg, <i>Ventura e sventura della modernità. Antologia degli scritti sociologici</i>, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, 192-193;<br />
<br />
[16] MATTELART, Armand, <i>La comunicazione-mondo</i>, Il Saggiatore, Firenze, 1994;<br />
<br />
[17] BAGNATO, Riccardo, <i>C:\user\en\INTERNET.doc. Ovvero la metropoli integrata</i>, numero 1 della Rivista &#8220;Energie Nuove&#8221;, AVPA-Croce Blu di Modena,  Gennaio-Aprile 1997;<br />
<br />
[18] FOUCAULT, Michel, <i>L&#8217;archéologie du savoir</i>, Gallimard, Paris 1969: tr.it. L&#8217;archeologia del sapere, Rizzoli, Milano 1971;<br />
<br />
[19] TOCQUEVILLE, Charles Alexis de (1805-1859), &#8220;Gli americani hanno uno stato sociale e una costituzione democratici, ma non hanno mai avuto una rivoluzione democratica Le rivoluzioni rovesciano sempre le vecchie convinzioni, indeboliscono l&#8217;autorità e oscurano le idee comuni. Esse hanno quindi l&#8217;effetto di abbandonare gli uomini e se stessi e di aprire davanti allo spirito di ognuno di essi uno spazio vuoto e illimitato&#8221;, La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1982;<br />
<br />
[20] BERGSON, Henri, <i>L&#8217;Evoluzione creatrice</i>, traduzione, introduzione e note a cura di Armando Vedaldi, Sansoni Firenze, 1972. Henri Bergson (1859-1941), contrappose alla concezione razionalistica del Positivismo una visione della conoscenza e della vita fondata su diversi livelli dello spirito e su diversi piani conoscitivi. All&#8217;apice di questi livelli non vi è, secondo il filosofo francese, l&#8217;intelligenza (diremmo ricordando Simmel &#8220;l&#8217;intelletto&#8221;), che ci offre soltanto rappresentazioni superficiali, convenzionali, utili ma non corrispondenti alla realtà delle cose; la vera attività conoscitiva sarebbe viceversa l&#8217;intuizione, che ci permette di cogliere l&#8217;essenza del reale, della natura come del nostro Io. La vera realtà della natura e dello spirito non può essere colta attraverso le artificiose schematizzazioni delle scienze ma deve essere appresa intuitivamente nel suo divenire, nel suo flusso ininterrotto. La particolare attenzione che Henri Bergson pose sul concetto di tempo e di evoluzione, insieme a quanto veniamo dicendo grazie alle teorie sociologiche non solo di Georg Simmel, ma facendo riferimento a quel generale clima culturale su cui si svilupparono le discipline sociologiche, antropologiche (LEVI-STRAUSS, Claude , 1908-), psicologiche (FREUD, Sigmund , 1856-1939) o ancora quelle politiche, dimostrano una volta di più la presenza di una vera e propria cesura culturale all&#8217;inizio del secolo XX, per cui, come ebbe a dire Ezio Raimondi parlando della figura di Renato Serra (1884-1915), &#8220;Quella era una  generazione che aveva ancora vivo il senso dell&#8217;eterno&#8221; (BAGNATO, Riccardo, <a href="http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=33904"><i>Una parola amica degli uomini</i></a>, intervista a Ezio Raimondi, Vita non profit magazine numero 29, 2003; o ancora RAIMONDI, Ezio, Un europeo di provincia: Renato Serra, Bologna, Il mulino, 1993);<br />
<br />
[21] In questo senso si veda ciò che scrive lo stesso Georg Simmel in La metropoli e la vita dello spirito (Op. cit.) riguardo alla figura del blasé, oltre ai suoi scritti raccolti da COTESTA, Vittorio, in SIMMEL, Georg, <i>Sull&#8217;intimità</i>, Armando, Roma, 1996; e SIMMEL, Georg, <i>La moda</i>, PERUCCHI, Lucio (a cura di), con un saggio di LUKÁCS, György, Mondadori, Milano, 1996;<br />
<br />
[22] BENJAMIN, Walter, <i>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</i>, Einaudi, Torino 2000, Prefazione di Cesare Cases con una nota di Paolo Pullega;<br />
<br />
[23] ECO, Umberto, <i>La ricerca della lingua perfetta. Nella cultura europea</i>, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996;</p>
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		<title>7.1 Premesse</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 13:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A conclusione del presente elaborato è forse opportuno riassumere alcuni concetti chiave, e rendere così più intelleggibili i vantaggi i<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/71-premesse/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A conclusione del presente elaborato è forse opportuno riassumere alcuni concetti chiave, e rendere così più intelleggibili i vantaggi i limiti che del progetto Biblionline.<br />
<span id="more-33"></span><br />
I presupposti di tale progetto non sono quelli di classificare ciò che è presente in Internet, semmai è quello di agevolare, facilitare e rendere disponibili sul Web quei processi di elaborazione intellettuale indispensabili alla formulazione di un documento o di un&#8217;ipotesi di lavoro che vanno sotto il nome di repertori bibliografici. Di garantire, attraverso tale piattaforma, l&#8217;omogeneità dei dati, il loro riutilizzo a seconda delle esigenze stilistiche che di volta in volta possono presentarsi, ed eventualmente l&#8217;interopabilità con altri progetti quali le librerie online e le biblioteche munite di servizi online. Di capitalizzare infine il patrimonio di informazioni che in questo modo si verrebbe a costituire per mezzo di servizi ausiliari (come statistiche o esportazioni personalizzate).</p>
<p>Il progetto, quindi, non intende rappresentare un &#8220;ulteriore&#8221; standard possibile, salvo nel caso (ma del tutto da verificare) di un codice standard per il recupero di bibliografie online o di sequenze bibliografiche depositate su Biblionline come illustrato nel capitolo &#8220;Altri servizi ausiliari possibili&#8221;. Non è nemmeno pensato per specialisti come bibliotecari <i>et similia</i>; il progetto Biblionline intende piuttosto dare un servizio ai tanti studenti, universitari e non, ai tanti navigatori, a editori, giornalisti, o autori, per il cui lavoro Biblionline potrebbe risultare un utile strumento.<br />
<br />
In questo senso il progetto abbandona a priori l&#8217;idea di rappresentare uno standard, in considerazione a quanto abbiamo visto nel corso del presente elaborato, ovvero vista: la proliferazioni di standard, la velocità con cui linguaggi, hardware e software evolvono, e alcune perplessità di fondo legate alla stessa disciplina bibliografica ancora insolute, una fra tutte: la reale capacità ed affidabilità delle nuove tecnologie per la conservazione dei documenti.<br />
<br />
E&#8217; vero tuttavia che il progetto Biblionline tiene parallelamente in considerazione le indicazioni scientifiche, nonché alcune proprietà tecnologiche proposte: ma non oltre quel livello di complessità oltre il quale l&#8217;adozione di un determinato standard o la scelta di una determinata modalità vincolassero oltremodo non permettendo la reversibilità di tali scelte o standard.<br /></p>
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		<title>7.2 Utopie digitali e mercato editoriale</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 13:31:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ultime osservazioni vorremmo affrontare il problema della sostenibilità economica, ma non solo quella economica, del progetto Biblionline, e le<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/72-utopie-digitali-e-mercato-editoriale/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ultime osservazioni vorremmo affrontare il problema della sostenibilità economica, ma non solo quella economica, del progetto Biblionline, e le prospettive alle quali un tale progetto prelude.<br />
<br />
Chi potrebbe sostenere Biblionline dunque? Con quali fondi e quali attori si potrebbe realizzare il progetto? In altri termini: chi potrebbe svilupparlo, mantenerlo e promuoverlo? E perché?<br />
<span id="more-32"></span><br />
Riprendendo, qui, il tema della <i>globalizzazione dei saperi</i>, e più in generale il quadro economico e sociale descritto nella nostra introduzione, e declinandolo sul nostro specifico, possiamo dire che il progetto Biblionline si caratterizza come piattaforma aperta e personalizzata in cui il system administrator (nella sua forma più ampia e composita) insieme all&#8217;utenza, ricoprono i ruoli, rispettivamente, <i>di meta-organizzatori</i> e se si vuole (forzando leggermente il significato originale), di <i>sistemisti</i> [177].  Fra i quali l&#8217;elemento unificatore risiede nella capacità di cooperare (<i>interdipendenza</i>) e la condividere i rischi. Tuttavia &#8220;per svolgere la funzione dei metaorganizzatore di una rete  scrive Enzo Rullani, docente di Strategie d&#8217;impresa presso l&#8217;Università di Venezia  bisogna infatti prima di tutto abbandonare la logica del controllo, e adottare uno stile di regolazione molto più soft e indiretto, che lasci spazi di autonomia e di creatività agli altri interessi da &#8220;organizzare&#8221; (specialisti, sistemisti, connettori). Serve una leadership, una condivisione di responsabilità o una identità comunitaria, più che un comando proprietario e prescrittivo&#8221;.</p>
<p>Prendendo spunto da questo tipo di analisi [179], se non altro perché incentrata sul ruolo e rapporto fra patrimonio cognitivo e nuove tecnologie, e tenendo in considerazione la funzione propria e il prodotto/bene che Biblionline gestirebbe, è ragionevole concludere come da sole, nessuna azienda, nessuna Istituzione e nessun altro tipo di organizzazione, potrebbero permettersi un investimento sufficiente per l&#8217;implementazione e il mantenimento del progetto senza scontrarsi con le singole esigenze strutturali: lo scopo di lucro, la gestione di un bene pubblico, la cooperazione fra gli attori in gioco.<br />
<br />
E&#8217; invece ragionevole pensare come tale progetto possa essere il frutto di una collaborazione fra questi settori, e quindi si configuri come lavoro in Rete tra i diversi attori, diversi giuridicamente e per obiettivo. Alla base del quale, tuttavia, deve essere mantenuto uno spirito cooperativo, il solo ad essere in grado di garantire una gestione equilibrata ed interdipendente di un bene privato di utilità pubblica.<br />
<br />
In concreto, ognuno degli attori potrà offrire le proprie competenze o le proprie risorse, per poter in seguito godere di un mercato a cui attingere di nuovo secondo le proprie peculiarità.</p>
<hr noshade size="1" width="100%">
<br />
[177] &#8220;Il processo di specializzazione è dunque di per sé un motore che ogni anno, man mano che cresce l&#8217;ampiezza delle reti e la loro efficienza relazionale, genera riduzioni di costo, aumento di ricavi e, più in generale, una spinta per la crescita del prodotto e della produttività. Naturalmente, quanto più la conoscenza si distribuisce tra molti specialisti, tanto più diventano importanti i ruoli di integrazione, ossia le funzioni che devono essere svolte da: i sistemisti, che assemblano le tessere del mosaico delle specializzazioni, formando prodotti e servizi complessi, a cui contribuiscono molti specialisti; gli interpreti, che, ai diversi livelli della catena del valore, fanno da ponte cognitivo tra gli attori che operano nei diversi campi, ad esempio interpretando i bisogni dei clienti per rapportarli alle possibilità di azione dei fornitori; i connettori, ossia impresa specializzate nel fornire strumenti, sistemi e servizi per le diverse funzioni connettive su cui si reggono le reti (comunicazione, logistica, garanzia); i meta-organizzatori, che regolano il comportamento degli attori presenti nella rete e garantiscono le condizioni generali di funzionamento della rete&#8221;. RULLANI, Enzo, New/Net/Knowledge Economy: le molte facce del postfordismo, Editoriale Il Ponte, Gli Argomenti umani, numero del 12 dicembre 2001;<br />
<br />
[178] L&#8217;età del capitalismo cognitivo. Innovazione, proprietà e cooperazione delle moltitudini, BOUTANG, Yann Moulier (a cura di), Ombre Corte, Verona, 2002, p. 29;<br />
<br />
[179]  In altri termini, quello che viene così descritto è un modello di organizzazione in parte mutuato da alcune recenti analisi economiche e sociali che fanno capo, ma non solo, alla &#8220;Scuola della regolazione&#8221; francese.<br />
<br />
La &#8220;Scuola della regolazione&#8221; prende corpo negli anni &#8217;80 in Francia grazie agli studi di AGLIETTA, Michel, ALTHUSSER, Louis, AGUITON, Christophe, AGAMBEN, Giorgio. Secondo cui saremmo attualmente non tanto in una fase post-capitalista, bensì post-fordista. Dove il paradigma economico non è più quello di capitale-denaro, bensì quello di capitale-conoscenza. E dove la nuova impresa (in senso lato) non è più l&#8217;organizzazione o l&#8217;istituzione centrale, ma la Rete stessa: vero fulcro e tessuto imprenditoriale in quanto insieme di relazioni, di soggetti e di contratti. Oggi, tale corrente si riconosce per lo più intorno alle idee di NEGRI, Antonio espresse nel suo recente saggio scritto insieme a HARDT, Michael Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; e trovano un punto di riferimento nella rivista, prima Futur Antérieur, ora Multitudes, <a href="http://multitudes.samizdat.net">http://multitudes.samizdat.net</a>;</p>
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		<title>7.3 Utopie editoriali e mercato digitale</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 13:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Il diritto di uso esclusivo di un bene materiale di fatto si può esercitare solo confinando il bene in un<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/73-utopie-editoriali-e-mercato-digitale/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il diritto di uso esclusivo di un bene materiale di fatto si può esercitare solo confinando il bene in un luogo protetto, che eluda fisicamente altri fruitori. Ma la proprietà di una conoscenza non si può tutelare chiudendola in una stanza. Infatti, ciò non impedisce clonazioni, copiature o imitazioni perfezionate.<br />
<span id="more-31"></span><br />
&#8220;Per impedire che si copi, che si imiti, o che di impari dal modello originario bisognerebbe mantenere la conoscenza totalmente segreta (rinunciando a trarre valore dalla sua diffusione), oppure estendere il controllo su tutte le possibili &#8220;stanze&#8221; del mondo.&#8221; [180]<br />
<br />
Se è vero infine che tale modello prevede una trasformazione del diritto esclusivo garantito dal potere esterno ad esempio dello Stato in <i>politica attiva</i>, su tale mercato, il produttore di conoscenza può diffonderne gli usi, conservando tuttavia parte del vantaggio economico sotto forma di:</p>
<p>1) un <i>differenziale di velocità</i> nella produzione di nuova conoscenza e nello sfruttamento degli usi;<br />
<br />
2) una <i>padronanza del contesto</i> superiore agli altri;<br />
<br />
3) una <i>rete di alleanze</i> e <i>cooperazioni</i> che consenta di contrattare e controllare le modalità di uso della conoscenza.</p>
<p>In altre parole, solo la collaborazione attiva e cooperativa di diversi attori, fra cui anche l&#8217;utenza, può garantire l&#8217;affermazione di uno standard minimo. Più semplicemente ancora: solo una rete di relazioni di cui facciano parte realtà strutturalmente diverse può contribuire alla gestione di un patrimonio pubblico. In assenza di uno fra questi attori, sul piano della globalizzazione dei saperi, tale patrimonio non potrà dirsi completamente pubblico, e sarà costantemente minacciato da alternative frammentarie, a discapito di tutti gli attori, facenti o non facenti parte del modello cooperativo.</p>
<p>L&#8217;idea che si possa costringere il Web e Internet all&#8217;interno del quadro del diritto così come lo consociamo oggi, è come inibire sul nascere il principio per cui lo stesso WTO teoricamente si prodiga, ovvero l&#8217;abbattimento di ogni barriera, e la liberalizzazione del sapere. Sul quale, tuttavia, differentemente da quanto affermano le risoluzioni internazionali in materia, le Istituzioni hanno un ruolo fondamentale nel garantire l&#8217;esistenza e l&#8217;utilizzo di standard aperti; il privato a scopo di lucro quello di aggiornare i propri modelli di sviluppo; e l&#8217;utenza quella di ricavare da tali servizi non solo un prodotto, ma una nuova forma di sapere.</p>
<p>Sembrerà strano aver parlato sino ad ora di temi quali la produzione di conoscenza, la globalizzazione dei saperi, o di WTO, a compendio e conclusione dello sviluppo di un progetto online. Temi per altro facilmente riconducibili a slogan e pertanto in qualche modo depauperati delle proprie reali incidenze semantiche. E&#8217; nostra convinzione tuttavia che senza una visione realistica, per quanto incompleta, dello strumento Web e delle sue ripercussioni culturali, qualsiasi progetto online mancherebbe i suoi obiettivi principali, riducendosi a colmare tale carenza con espedienti o tentativi senza prospettive reali. Senza tali presupposti, parafrasando quanto abbiamo scritto nell&#8217;introduzione l&#8217;euforia per i progressi della tecnica, ad esempio nel caso dell&#8217;invenzione dell&#8217;illuminazione, ci farebbe dimenticare che l&#8217;essenziale non è l&#8217;illuminazione ma quello che essa ci permettere di vedere meglio [181].</p>
<p>Nel caso di Biblionline, nel concreto, è possibile pensare a soluzioni di partenariato, di sponsorship, di volta in volta da parte di Università, fondazioni o aziende private; ma solo le singolarità di ciascuno degli attori possono eventualmente favorire lo sviluppo del progetto e in questo senso la condivisione con e dell&#8217;utenza dei vantaggi e dei rischi.</p>
<p>I vantaggi economici, sociali e culturali di un tale progetto possono essere essenzialmente transitori e non permanenti; a lungo termine e non a breve termine; ma potrebbero ad esempio favorire lo sviluppo di una editoria diversa da quella che conosciamo oggi. Un&#8217;editoria che si concentri non più o non tanto sulla difesa dei diritti acquisiti, ma investa su quel patrimonio di sapere che è già online e che aspetta una nuova editoria digitale per essere diffuso.<br />
<br />
In altri termini Biblionline, essendo fondamentalmente un insieme di bibliografie di bibliografie (fonti terziarie); lavorando principalmente non tanto sui documenti originali (fonti primarie); e trattando quando possibile (dipendentemente dal diritto d&#8217;autore, dalla disponibilità, o dal formato) i documenti, sulla base della loro portabilità tecnica sul Web, permette in linea di principio di uniformare in un unico <i>repository</i>: video, documenti, articoli, libri, mp3, mpeg ecc.</p>
<p>Questo significa per un editore, ad esempio, poter valutare la reale capacità del mercato digitale inteso come insieme di documentazione digitale scelta e quindi selezionata dai sistemisti (utenti) e quindi con valore aggiunto, sulla base della quale poter sviluppare nuove strategie editoriali. Ad esempio la possibilità di collane a basso prezzo su un argomento, uno specifico settore, distribuibili online, in cui il valore aggiunto risulta essere la competenza editoriale pura, e il rapporto prezzo/costi la leva su cui ragionare per rinsaldare un alleanza essenzialemente perduta: quella fra autore ed editore (peer view). La migliore tutela, infatti, cui si può aspirare in futuro sulla produzione di contenuti non sarà più o non tanto una questione di esclusività, di processi, o se sarà anche quella, potrebbe venire affiancata, come di fatto già accade nel mondo del free software, da una tutela garantita dalle alleanze, dalla cooperazione e dalla condivisione di rischi e guadagni da parte degli attori che in diversa misura offrono una proprio contributo e in base al quale si sono trasformati nel tempo in consumatori critici ed esigenti.</p>
<hr noshade size="1" width="100%">
<br />
[180] <i>L&#8217;età del capitalismo cognitivo. Innovazione, proprietà e cooperazione delle moltitudini</i>, BOUTANG, Yann Moulier (a cura di), Ombre Corte, Verona, 2002, p. 25;<br />
<br />
[181] SIMMEL, Georg, <i>Ventura e sventura della modernità. Antologia degli scritti sociologici</i>, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, 192-193;</p>
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		<title>6.1 Premessa</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2003 13:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sono pochi i theorical bugs cui tale impostazione va incontro. Questo è per certi versi il bello e il<br /><a class="more-link" href="http://www.ventunluglio.it/2003/11/08/61-premessa/">keep reading</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono pochi i <i>theorical bugs</i> cui tale impostazione va incontro. Questo è per certi versi il bello e il brutto della progettazione online. Essa, infatti, non solo deve tener conto dell&#8217;esperienza presunta del progettista, ma anche dei probabilissimi cambiamenti in corso d&#8217;opera, in funzione delle esigenze dell&#8217;utenza.<br />
<span id="more-30"></span><br />
Il progetto di fatto avrà successo se vi sarà un&#8217;utenza, se tale piattaforma verrà usata da un&#8217;utenza specifica o meglio ancora generica. Per evitare quindi complessità a cui l&#8217;utente medio non è abituato, l&#8217;approccio dovrà essere lineare e semplice. Qualsiasi altra <i>feature</i>, per quanto utile o incentivante, deve e può essere implementata a patto che la piattaforma ne guadagni in performance e non viceversa ne nasconda i limiti strutturali.</p>
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