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Una modesta proposta

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novembre 8, 2003 by Riccardo

«Ché il tempo degl’enciclopedisti è andato, di coloro cioè che scrivevano in-folio con ferrea assiduità, adesso è giunto il turno degli enciclopedisti ad armamento leggero, i quali dispongono en passant dell’esistenza intera e di tutte le scienze.» [1]

(Søren Kierkegaard)

Fra le espressioni che sembrano in qualche modo assillare il nostro vivere comune, nonché le nostre letture quotidiane, c’è: rivoluzione digitale. Con essa alludiamo di norma, ma più per semplicità che per esattezza, all’avvento delle nuove tecnologie: di Internet e del Web in particolar modo.


Sul significato di tale “rivoluzione” si possono apprezzare alcune osservazioni nei lavori più recenti di Armand Mattelart [2], fra i massimi studiosi dei media e docente di Scienze dell’informazione e della comunicazione preso l’Università di Parigi-VIII.

Per Mattelart, la nozione di “rete” ha radici lontane, risalerebbe almeno al XVII secolo, alla scienza del calcolo integrale di Gottfreid Wilhelm Leibniz (1646-1716), e all’utopia della città universale di Francis Bacon (1561-1626). Sintesi, entrambe, di un’idea di totalità e autosufficienza fra scienza e utopia: da un lato la statistica, il telegrafo, i mezzi e le vie di comunicazione; dall’altro il mito di una lingua universale e di un sapere enciclopedico; al centro, il progetto di riduzione dell’innumerevole a numerabile.

Non è un caso quindi se proprio Leibniz, secondo Norbert Wiener, fu il candidato numero uno a diventare “santo patrono” della cibernetica [3] ; e non sarà una sorpresa se si ricorda proprio qui, a introduzione di un breve saggio sullo sviluppo dello strumento bibliografico, come a Bacon dobbiamo le basi filosofiche della Classificazione Decimale Dewey [4] (The advancement of learning, 1608).

Bacon e Leibniz dunque: rivoluzionari o utopisti? Parrebbe una distinzione da poco, per giunta peregrina. Di mezzo, fra loro e noi, sono intercorsi tuttavia due secoli di storia, in cui il termine “rivoluzione” ha assunto vieppiù connotazioni di tipo politico o tutt’al più economico. Un cambiamento che via via ha inglobato, e così facendo ridotto e assoggettato a sé, il termine utopia; che ha istituito, così facendo, un’equazione semantica tipicamente novecentesca: utopia = rivoluzione.

In altri termini abbiamo assistito ad un processo quasi di annullamento delle proprietà di un termine a favore dell’altro, di utopia a favore di rivoluzione. Per quanto in qualche modo pretestuale o addirittura pretestuoso, osservare l’evoluzione che questi termini hanno avuta ci potrebbe dunque permettere di fissare alcuni punti da cui sviluppare altre osservazioni propedeutiche al saggio che qui introduciamo.

Potremmo anzitutto ricordare come, proprio nei secoli XVI e XVII (secoli per definizione delle utopie e dove parallelamente Mattelart situa la genesi digitale), sia Erwin Panofsky [5], che Eugenio Garin [6] o Francis A. Yates [7], così come Michel Foucault individuano una prima cesura culturale che coinvolge il modo e le caratteristiche del processo rappresentazionale.

Ciò che caratterizzò, infatti, il metodo cifratorio di baconiana memoria e l’aritmetica binaria di Leibniz; il mito della lingua franca di René Descartes (1596-1650); l’ipotesi di un linguaggio fatto di segni (mutuato dalla scrittura ideografica cinese) per Leibniz; che ispirò infine la scienza statistica di Blaise Pascal (1623-1662), farà dire a Foucault in Le parole e le cose, come la tassonomia ontologica che in tal modo si propose “conduce […] a parole e categorie senza focolare e luogo” [8] , in altri termini un sapere senza centro e senza confini, ovunque e da nessuna parte [9]. Ma Foucault si spingerà più avanti. Secondo il filosofo francese, infatti, agli albori della società di massa avverrà una nuova cesura, un nuovo paradigma rappresentazionale, di cui, crediamo, il binomio rivoluzione e utopia, possa rappresentare una sorta di cartina di tornasole. E così spiegarci parallelamente un significato nascosto, e pertanto fondamentale, di quella che oggi chiamiamo “rivoluzione digitale”.

La società funzionale

Per Mattelart, che in qualche modo trascura l’ulteriore metamorfosi individuata da Foucault, il cammino di razionalizzazione moderna prosegue senza discontinuità significative fino alla società funzionale: la società industriale prima e la “società di massa” dopo. In cui, per intenderci, “solo quanto è numerabile costituisce una certezza [e] ispira i modi di governare”, dove “l’«uomo medio», emanazione del calcolo delle probabilità, stabilisce la norma”, dove “l’alleanza tra industriali e «scienziati positivi» fonda un modo nuovo di gestione, orientato non più verso il «governo degli uomini» bensì verso «l’amministrazione delle cose»” [10] . E fornisce esempi, in questo senso, a dir poco significativi. E’ del 1890, infatti, il primo utilizzo delle macchine a schede perforate da parte del governo americano, in occasione del censimento generale dello stesso anno. Inventate nel 1888 da Hermann Hollerith (1860-1929) tali macchine furono poi commercializzate nel 1896 della Hollerith Tabulatine Machines Corp., nucleo originario di International Business Machine, al secolo: IBM.

Da allora, dalla seconda metà dell’800 fino ai giorni nostri, “rivoluzione” si è dunque venuto configurando come termine appartenente al bagaglio lessicale di politici o teorici della politica e vieppiù come paradigma economico. Con l’effetto di ridurre il termine ad una prassi, i cui effetti avrebbero modificato gli assetti sociali e politici di quella che verrà chiamata “società di massa”, secondo una visione essenzialmente determinista fra strutture e sovrastrutture, o viceversa come confutazione di quest’ultima.

E’ quindi facile intuire come la disciplina che meglio ha saputo cogliere i vantaggi di tale visione, che ha saputo registrarne o ancorché determinarne l’evoluzione, sia stata l’economia. [11]

Che oggi, ad esempio, l’economia spieghi e dunque modifichi, che sia leva e matrice di ogni cambiamento, non è solo l’ossessione preferita della società moderna, ne è evidentemente la cifra ideologica.

Georg Simmel (1852-1918), padre della sociologia moderna insieme a Emile Durkheim (1858-1917), Max Weber (1864-1920) e Vilfredo Pareto (1848-1923) [12] , da i cui studi si svilupperanno due correnti antitetiche fra loro, ma tornate alla luce proprio sul piano del dibattito odierno [13], scriveva nel 1903: “Lo spirito moderno è diventato sempre più calcolatore. All’idea delle scienze naturali, quello di trasformare il mondo intero in un calcolo, di fissarne ogni parte in formule matematiche, corrisponde l’esattezza calcolatrice della vita pratica che l’economia monetaria ha generato; solo quest’ultima ha riempito la giornata di tante persone con le attività del bilanciare, calcolare, definire numericamente, ridurre valori qualitativi a valori quantitativi.” [14]

La proprietà transitoria

Innumerevole e numerabile dunque. La profondità sentimentale, per usare un’espressione simmeliana, da un lato, e l’utopia intellettuale dall’altro. L’utopia di una lingua unica, di una sola piattaforma universale, di uno o più standard che permettano la gestione di un patrimonio culturale globale richiede tuttavia, per i motivi che abbiamo elencato in questo studio, ancora molto tempo, nonché la verifica materiale per mezzo di tentativi ed esperimenti.

Le lungaggini dovute ad alcune perplessità metodologiche, economiche e politiche, da parte di comunità diverse, tradizioni e culture differenti, sono ad esempio, e secondo noi, il primo e fondamentale ostacolo perché certi standard si possano affermare definitivamente. Ma non solo. Gli standard stessi sono soggetti a frequenti revisioni, perché possano risolvere, almeno in parte, l’incompatibilità attuale fra sistemi e linguaggi, o risolversi nell’adozione di una piattaforma permeabile e universale. Oltre al fatto che, e le contestazioni new global lo dimostrano, qualsiasi standard sottende suo malgrado comportamenti egemonici. La portabilità, dunque, o la scalabilità di un sistema per la gestione di un bene considerato come pubblico, quale è il sapere umano, è ancora percepita come potenziale turbativa di mercato, e non come un mercato su cui poter sviluppare ulteriori ricerche, sistemi e prodotti, oltre che relazioni e quindi capitali sociali.

Stiamo assistendo, tuttavia, ad un lentissimo processo di avvicinamento per tentativi, che procedono cautamente, dovendo attraversare il piano multidimensionale ed apparentemente atemporale della cosiddetta globalizzazione dei saperi. E di cui il progetto di archiviazione bibliografica che qui si presenta vorrebbe essere un piccolissimo esperimento dal basso, nato per e da ciò che esiste di già, senza preludere a ciò che viceversa potrebbe essere, in presenza di omogeneità culturale (standard), Pertanto esso non può non risultare transitorio e per questo incompleto.

Non c’è ragione infatti perché il sistema attuale di comportamenti e strumenti si trasformi in tempi brevi, e quindi si raggiunga una piattaforma universale a cui affidare il sapere umano, e che permetta una linearità di comportamenti tale da garantire l’accesso indiscriminato e libero a un tale patrimonio. E questo non solo per motivi economici (digital divide), ma anche perché, come anticipava agli albori della società di massa lo stesso Georg Simmel, parlando di dominio della tecnica, siamo ancora nel pieno della fase di hype, a cui è evidente, affidiamo un mandato palingenetico che non possiede. “L’importanza relativa che i progressi della tecnica moderna hanno raggiunto rispetto agli stadi precedenti,” scriveva Simmel “e presupponendo determinate mete, rende assoluta l’importanza di queste mete e quindi di quei progressi. Certo, al posto delle lampade ad olio abbiamo ora l’acitilene e la luce elettrica; ma l’euforia per i progressi dell’illuminazione fa dimenticare che l’essenziale non è l’illuminazione ma quello che essa ci permettere di vedere meglio”. [15]

Così, purtroppo, malgrado la grande immaginazione di alcuni e la buona approssimazioni di altri, sono presenti ancora troppe variabili perché si possa tracciare inequivocabilmente una strada da percorrere, o descrivere cosa vogliamo ottenere (vedere), senza apparire sognatori sprovveduti o più semplicemente sprovveduti e basta.

La metafora digitale

Va aggiunto a tutto ciò come tale processo culturale non sia esente, e anzi sia alla base delle incertezze economiche e politiche di oggi giorno. Non è certo nostra intenzione coinvolgere arbitrariamente discorsi e ragionamenti che richiederebbe essi stessi elaborazione e precisazioni, ma non possiamo ignorare, nel frattempo, come il passaggio alla digitalizzazione dei sapere comporti, di per sé, una visione ben più ampia e trasversale di quella che si potrebbe auspicare per semplicità di ragionamento. Osservando ad esempio, come è stato già fatto, lo sviluppo delle nuove tecnologie (e di Internet in particolare), in rapporto all’evoluzione urbana o dei mezzi di trasporto o ancora dei mezzi di comunicazione in senso lato, come propone sempre Mattelart in La comunicazione-mondo [16], risulta chiaro qual è il modello di riferimento di cui Internet rappresenta un’evoluzione e non una rivoluzione [17].

Quello che noi chiamiamo rivoluzione digitale quindi, è bene sottolinearlo, è solamente una parte, quella più visibile e pertanto impalpabile (come lo è la finanza al cospetto dell’economia reale), del lentissimo processo di digitalizzazione culturale, la cui pervasività psicologica e sociale rimane tuttora un mistero, o meglio, un campo di ricerca archeologica così come l’ha intesa Michel Foucault [18], ma di cui è bene non sovrastimare gli effetti immediati, proiettandoli automaticamente e senza possibilità di replica o errore su un piano storico.

Parafrasando Tocqueville ciò che di rivoluzionario le manca è la portata storica: l’azione liberatoria che rovescia le vecchie convinzioni, indebolisce le autorità e oscura le idee comuni [19].

La rivoluzione digitale odierna, ad uno sguardo più attento, conforta il dato, ripercorrendo dinamiche per lo più già conosciute, ricostruendo un tessuto nuovo ma non per questo diverso; contesta il presente ma descrive il futuro riducendolo ad un’esperienza chiacchierona al limite della censura per eccesso verbale (information overload); non sbatte le porte, ma apre le finestre con un click del mouse.

Ma soprattutto, e al di là dei facili giochi di parole, la rivoluzione digitale, così come siamo venuti concependola e come la percepiamo oggi giorno, ha in qualche modo annullato l’aspetto storico che era viceversa presente nelle prospettive utopiche, le quali, come attestano i lavori di Mattelart, stanno alla base del processo di riduzione a numero dell’innumerabile, ovvero della digitalizzazione culturale cui abbiamo accennato.

Tale processo ha compresso la nostra percezione temporale a poche manciate di mesi o anni. La rivoluzione è oggi, o tutt’al più domani. Ciò che cambia oggi, modifica l’oggi. Se quindi abbiamo parlato di digitalizzazione culturale è proprio perché intendiamo così definire quel processo culturale che solo può spiegare il vero significato di una metafora tanto incompleta e quasi ossimorica quale è quella di “rivoluzione digitale”. Un processo culturale per cui, dati i presupposti, fissato uno standard, elaborata una lingua perfetta, diventa possibile riavvicinare il futuro a noi, comprimendolo nel presente ed annullando di fatto ogni prospettiva alternativa a quella imposta per conseguenza logica dai presupposti.

Il futuro, ciò che verrà, è già qui: alla base di ogni standard, di ogni assioma, di ogni perfezione o presunta tale, di ogni astrazione messa in pratica, vi è infatti la convinzione di poter prevedere, o ancora controllare, i processi evolutivi su un piano sociale, economico o più in generale storico.

L’immediatezza, la velocità delle comunicazioni, l’ampliamento fisico degli spazi a livello planetario, la percezione che noi abbiamo delle distanze, hanno in questo senso semplificato la nostra esperienza, riducendo lo spazio e il tempo una volta necessari per penetrarla nel profondo, e consegnandoci a una metafora in cui costringiamo sullo stesso livello e nello stesso istante il valore letterario e quello metaforico. Senza che però essa possieda più un élan utopico [20] grazie al quale poter proiettare un tempo e uno spazio sul piano storico. Tali cambiamenti hanno fatto sì, come scriveva Simmel, che si riducesse la distanza psicologica, in altri termini si accrescesse la vicinanza psichica, fino a camuffarla per profondità reale o peggio ancora per libertà [21].

Ciò che risulta rivoluzionario, se così possiamo dire, in tutto questo, è aver accorciato i tempi di attesa necessari per riprodurre conoscenza. E questo grazie alla facilità tecnica con cui possiamo riprodurre (non tanto produrre) e diffondere conoscenza [22]. Ma l’utopia, viceversa, non consiste tanto nel sapere cosa è successo o cosa succederà, come è il presente o cosa sarà il futuro, ma nel capire e saper descrivere come vogliamo che sia il futuro. Non si concentra sulla sua riproducibilità o diffusione, ma sulla sua elaborazione. E questo, a dire il vero, è proprio ciò che manca alla cosiddetta rivoluzione digitale, di cui assorbiamo e accettiamo ogni postulato di volta in volta santificandolo o rigettandolo sul piano economico, ma di cui trascuriamo volutamente ed ampiamente il processo di elaborazione.

Davanti a questa prospettiva, si può quindi tener conto di quanto sta accadendo, di come ad esempio l’industria culturale si sta trasformando e riconquistare, così facendo, per mezzo di una prospettiva contestuale (orizzontale diremo), lo spazio e il tempo necessari per sviluppare un’esperienza condivisa e condivisibile, oppure procedere parallelamente verso soluzioni autoctone, tentativi minori o meno esposti alla contaminazione con il reale, in attesa che uno standard politico, economico, o accademico si affermi al di là dei nostri contributi o in parte grazie a questi. Qualsiasi strada si scelga non è detto che una sia necessariamente in contrapposizione con l’altra, così come non è detto che una sia meglio dell’altra. Rimane sempre valido quanto scrive Umberto Eco “La storia delle lingue perfette è la storia di un’utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto cha la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare” [23].

In questo senso il presente studio, che vorrebbe contribuire nel suo piccolo alla diffusione della cultura bibliografica per mezzo di un progetto concreto, non potrà che essere una modesta proposta, evitando in questo modo di dirsi esplicitamente moderata, che pure avrebbe un senso apprezzabilissimo. Sulla scia di una tradizione plurisecolare, quella bibliografica, e una cosiddetta rivoluzione digitale che ha i suoi fondamenti nel cinque-seicento, la presente tesi cerca, e spera in parte di essere in grado, di gettare qualche luce sulle prospettive destinate al mondo della bibliografia, cogliendone tuttavia alcune ambiguità e difficoltà di fondo. Senza per questo poterle risolvere nel breve arco di una riflessione accademica, ma sperando che possano rappresentare, pertanto, un piccolo, utile, contributo.



[1] KIERKEGAARD, Søren, Due Epoche, a cura di Dario Borso, Stampa Alternativa, Roma, 1994, p. 18;

[2] MATTELART, Armand, Storia della società dell’informazione, Einaudi, Torino, 2002. E ancora dello stesso autore: La comunicazione mondo, Il Saggiatore, Milano, 1994;

[3] WIENER, Norbert, Cybernetics: or Control and Communication in the Animal and the Machine, Hermann, Parigi, 1948, citato in MATTELLARD, Armand, Storia della società dell’informazione, Einaudi, Torino, 2002, p. 7;

[4] CROCETTI, Luigi e FAGIOLINI, Albarosa, Classificazione decimale Dewey, Edizione aggiornata a DDC 21, Associazione Italiana Biblioteche, II ed., Editrice Bibliografica, Milano, 2001, pp. 9-11;

[5] PANOFSCY Erwin, Il significato delle arti visive, Torino, Einaudi 1996;

[6] GARIN, Eugenio, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Roma-Bari, Laterza, 1976; La cultura del Rinascimento: profilo storico, Bari, Laterza, 1967;

[7] YATES Francis A., L’arte della memoria, Torino, Einaudi, 1972;

[8] FOUCAULT, Michel, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli 1967,

[9] Per approfondire il tema della ricerca di una lingua universale, cfr. ECO, Umberto, La ricerca della lingua perfetta. Nella cultura europea, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996;

[10] MATTELART, Armand, Storia della società dell’informazione, Einaudi, Torino, 2002, pp. 26-27;

[11] Basti pensare all’accento più o meno giustificativo che si dà in questo senso dell’opera di Karl Marx (1818-1883), economista, prima di essere considerato filosofo o politico.

[12] Si noti la sostanziale sovrapponibilità delle date fra i maggiori rappresentanti della sociologia moderna, quasi ad alludere fra il 1870 e il 1920 a una cesura col passato, come per altro sottolineato da Michel Foucault nel suo Le parole e le cose (Op. cit.);

[13] Intendiamo da un lato a BENJAMIN, Walter (1892-1940), BLOCH, Ernst (1880-1958) o KRAKAUER, Siegfried (1889-1966) come esponenti di un certo marxismo irregolare, legati in qualche modo alla Scuola di Francoforte di HORKHEIMER, Max (1895-1973), e ADORNO, Theodor W. (1903-1969), a cui vanno aggiunti LUKÁCS, György (1885- 1971), FROMM, Erich (1900 – 1980), questi ultimi studenti di Georg Simmel, e MARCUSE, Herbert (1898-1979). Mentre, dall’altro lato, facciamo riferimento alla famosa Scuola di Chicago di sociologia: MEAD, George Herbert (1863-1931) poi fondatore dell’interazionismo simbolico, e PARK, Robert Ezra (1964-1944), studente quest’ultimo di Simmel dal 1899 al 1900. Cfr. SIMMEL, Georg, Ventura e sventura della modernità. Antologia degli scritti sociologici, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, e in particolare l’introduzione di Enzo Rutigliano;

[14] SIMMEL, Georg, La metropoli e la vita dello spirito, Armando Editore, Roma, 1995, p.40;

[15] SIMMEL, Georg, Ventura e sventura della modernità. Antologia degli scritti sociologici, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, 192-193;

[16] MATTELART, Armand, La comunicazione-mondo, Il Saggiatore, Firenze, 1994;

[17] BAGNATO, Riccardo, C:\user\en\INTERNET.doc. Ovvero la metropoli integrata, numero 1 della Rivista “Energie Nuove”, AVPA-Croce Blu di Modena, Gennaio-Aprile 1997;

[18] FOUCAULT, Michel, L’archéologie du savoir, Gallimard, Paris 1969: tr.it. L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano 1971;

[19] TOCQUEVILLE, Charles Alexis de (1805-1859), “Gli americani hanno uno stato sociale e una costituzione democratici, ma non hanno mai avuto una rivoluzione democratica… Le rivoluzioni rovesciano sempre le vecchie convinzioni, indeboliscono l’autorità e oscurano le idee comuni. Esse hanno quindi l’effetto di abbandonare gli uomini e se stessi e di aprire davanti allo spirito di ognuno di essi uno spazio vuoto e illimitato”, La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1982;

[20] BERGSON, Henri, L’Evoluzione creatrice, traduzione, introduzione e note a cura di Armando Vedaldi, Sansoni Firenze, 1972. Henri Bergson (1859-1941), contrappose alla concezione razionalistica del Positivismo una visione della conoscenza e della vita fondata su diversi livelli dello spirito e su diversi piani conoscitivi. All’apice di questi livelli non vi è, secondo il filosofo francese, l’intelligenza (diremmo ricordando Simmel “l’intelletto”), che ci offre soltanto rappresentazioni superficiali, convenzionali, utili ma non corrispondenti alla realtà delle cose; la vera attività conoscitiva sarebbe viceversa l’intuizione, che ci permette di cogliere l’essenza del reale, della natura come del nostro Io. La vera realtà della natura e dello spirito non può essere colta attraverso le artificiose schematizzazioni delle scienze ma deve essere appresa intuitivamente nel suo divenire, nel suo flusso ininterrotto. La particolare attenzione che Henri Bergson pose sul concetto di tempo e di evoluzione, insieme a quanto veniamo dicendo grazie alle teorie sociologiche non solo di Georg Simmel, ma facendo riferimento a quel generale clima culturale su cui si svilupparono le discipline sociologiche, antropologiche (LEVI-STRAUSS, Claude , 1908-), psicologiche (FREUD, Sigmund , 1856-1939) o ancora quelle politiche, dimostrano una volta di più la presenza di una vera e propria cesura culturale all’inizio del secolo XX, per cui, come ebbe a dire Ezio Raimondi parlando della figura di Renato Serra (1884-1915), “Quella era una generazione che aveva ancora vivo il senso dell’eterno” (BAGNATO, Riccardo, Una parola amica degli uomini, intervista a Ezio Raimondi, Vita non profit magazine numero 29, 2003; o ancora RAIMONDI, Ezio, Un europeo di provincia: Renato Serra, Bologna, Il mulino, 1993);

[21] In questo senso si veda ciò che scrive lo stesso Georg Simmel in La metropoli e la vita dello spirito (Op. cit.) riguardo alla figura del blasé, oltre ai suoi scritti raccolti da COTESTA, Vittorio, in SIMMEL, Georg, Sull’intimità, Armando, Roma, 1996; e SIMMEL, Georg, La moda, PERUCCHI, Lucio (a cura di), con un saggio di LUKÁCS, György, Mondadori, Milano, 1996;

[22] BENJAMIN, Walter, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, Prefazione di Cesare Cases con una nota di Paolo Pullega;

[23] ECO, Umberto, La ricerca della lingua perfetta. Nella cultura europea, Editori Laterza, Roma-Bari, 1996;


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