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7.2 Utopie digitali e mercato editoriale

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novembre 8, 2003 by Riccardo

Come ultime osservazioni vorremmo affrontare il problema della sostenibilità economica, ma non solo quella economica, del progetto Biblionline, e le prospettive alle quali un tale progetto prelude.

Chi potrebbe sostenere Biblionline dunque? Con quali fondi e quali attori si potrebbe realizzare il progetto? In altri termini: chi potrebbe svilupparlo, mantenerlo e promuoverlo? E perché?

Riprendendo, qui, il tema della globalizzazione dei saperi, e più in generale il quadro economico e sociale descritto nella nostra introduzione, e declinandolo sul nostro specifico, possiamo dire che il progetto Biblionline si caratterizza come piattaforma aperta e personalizzata in cui il system administrator (nella sua forma più ampia e composita) insieme all’utenza, ricoprono i ruoli, rispettivamente, di meta-organizzatori e se si vuole (forzando leggermente il significato originale), di sistemisti [177]. Fra i quali l’elemento unificatore risiede nella capacità di cooperare (interdipendenza) e la condividere i rischi. Tuttavia “per svolgere la funzione dei metaorganizzatore di una rete – scrive Enzo Rullani, docente di Strategie d’impresa presso l’Università di Venezia – bisogna infatti prima di tutto abbandonare la logica del controllo, e adottare uno stile di regolazione molto più soft e indiretto, che lasci spazi di autonomia e di creatività agli altri interessi da “organizzare” (specialisti, sistemisti, connettori). Serve una leadership, una condivisione di responsabilità o una identità comunitaria, più che un comando proprietario e prescrittivo”.

Prendendo spunto da questo tipo di analisi [179], se non altro perché incentrata sul ruolo e rapporto fra patrimonio cognitivo e nuove tecnologie, e tenendo in considerazione la funzione propria e il prodotto/bene che Biblionline gestirebbe, è ragionevole concludere come da sole, nessuna azienda, nessuna Istituzione e nessun altro tipo di organizzazione, potrebbero permettersi un investimento sufficiente per l’implementazione e il mantenimento del progetto senza scontrarsi con le singole esigenze strutturali: lo scopo di lucro, la gestione di un bene pubblico, la cooperazione fra gli attori in gioco.

E’ invece ragionevole pensare come tale progetto possa essere il frutto di una collaborazione fra questi settori, e quindi si configuri come lavoro in Rete tra i diversi attori, diversi giuridicamente e per obiettivo. Alla base del quale, tuttavia, deve essere mantenuto uno spirito cooperativo, il solo ad essere in grado di garantire una gestione equilibrata ed interdipendente di un bene privato di utilità pubblica.

In concreto, ognuno degli attori potrà offrire le proprie competenze o le proprie risorse, per poter in seguito godere di un mercato a cui attingere di nuovo secondo le proprie peculiarità.



[177] “Il processo di specializzazione è dunque di per sé un motore che ogni anno, man mano che cresce l’ampiezza delle reti e la loro efficienza relazionale, genera riduzioni di costo, aumento di ricavi e, più in generale, una spinta per la crescita del prodotto e della produttività. Naturalmente, quanto più la conoscenza si distribuisce tra molti specialisti, tanto più diventano importanti i ruoli di integrazione, ossia le funzioni che devono essere svolte da: i sistemisti, che assemblano le tessere del mosaico delle specializzazioni, formando prodotti e servizi complessi, a cui contribuiscono molti specialisti; gli interpreti, che, ai diversi livelli della catena del valore, fanno da ponte cognitivo tra gli attori che operano nei diversi campi, ad esempio interpretando i bisogni dei clienti per rapportarli alle possibilità di azione dei fornitori; i connettori, ossia impresa specializzate nel fornire strumenti, sistemi e servizi per le diverse funzioni connettive su cui si reggono le reti (comunicazione, logistica, garanzia); i meta-organizzatori, che regolano il comportamento degli attori presenti nella rete e garantiscono le condizioni generali di funzionamento della rete”. RULLANI, Enzo, New/Net/Knowledge Economy: le molte facce del postfordismo, Editoriale Il Ponte, Gli Argomenti umani, numero del 12 dicembre 2001;

[178] L’età del capitalismo cognitivo. Innovazione, proprietà e cooperazione delle moltitudini, BOUTANG, Yann Moulier (a cura di), Ombre Corte, Verona, 2002, p. 29;

[179] In altri termini, quello che viene così descritto è un modello di organizzazione in parte mutuato da alcune recenti analisi economiche e sociali che fanno capo, ma non solo, alla “Scuola della regolazione” francese.

La “Scuola della regolazione” prende corpo negli anni ’80 in Francia grazie agli studi di AGLIETTA, Michel, ALTHUSSER, Louis, AGUITON, Christophe, AGAMBEN, Giorgio. Secondo cui saremmo attualmente non tanto in una fase post-capitalista, bensì post-fordista. Dove il paradigma economico non è più quello di capitale-denaro, bensì quello di capitale-conoscenza. E dove la nuova impresa (in senso lato) non è più l’organizzazione o l’istituzione centrale, ma la Rete stessa: vero fulcro e tessuto imprenditoriale in quanto insieme di relazioni, di soggetti e di contratti. Oggi, tale corrente si riconosce per lo più intorno alle idee di NEGRI, Antonio espresse nel suo recente saggio scritto insieme a HARDT, Michael Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; e trovano un punto di riferimento nella rivista, prima Futur Antérieur, ora Multitudes, http://multitudes.samizdat.net;


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